Ogni attore, prima o poi, si ritrova davanti a una domanda fondamentale:
“Qual è il metodo giusto per me?”
Te lo dico subito: non esiste un unico metodo giusto. Esiste il tuo. E trovarlo… è un viaggio.
A volte un salto nel vuoto, a volte una danza meravigliosa tra tecnica e istinto.
Io l’ho cercato ovunque. Mi sono persa. Mi sono ritrovata. Ho sbattuto contro pareti fatte di “devi fare così”, e mi sono liberata ogni volta che ho trovato il modo di dire: “no, io sento che per me è diverso”. E adesso voglio raccontarti com’è andata. Perché magari ci sei dentro anche tu. Magari stai cercando la tua voce, il tuo corpo, la tua verità. E magari questo pezzo ti aiuta a sentire che non sei solo.
All’inizio c’era solo fame. E confusione. Tanta.
Quando ho cominciato a studiare recitazione, ero una spugna. Volevo sapere tutto, capire ogni cosa, “farlo bene”. Ma cos’è bene, davvero? Sono passata attraverso Stanislavskij, con il suo lavoro analitico, la costruzione del personaggio, la memoria emotiva. Poi è arrivato Strasberg, e ho cercato le mie ferite come chi fruga in una stanza buia. Meisner mi ha insegnato ad ascoltare, ad ascoltare davvero, ad essere presente. Poi ho incontrato il metodo mimico di Orazio Costa. Il giorno in cui ho incontrato il Metodo Mimico è come se il mio corpo avesse fatto pace con la mia anima.
Orazio Costa parlava di “ritrovare il gesto originario”, quello che nasce prima del pensiero, prima della parola. Quel gesto che viene da dentro, che è verità pura.
Attraverso il lavoro mimico ho imparato ad abitare l’emozione con tutto il corpo, senza recitare.
Senza fingere. Solo lasciare che accada. E succedeva. Succedeva davvero. Un tremito, un movimento appena accennato, e improvvisamente la scena si accendeva. Come se ogni parte di me si ricordasse di essere viva.
Poi è arrivato lui: il Metodo Chubbuck. E lì qualcosa è esploso. Quando ho scoperto il lavoro di Ivana Chubbuck, è stato come una scarica elettrica. Non bastava sentire, bisognava agire. Usare le mie ferite non per piangere in scena, ma per lottare per qualcosa. Per vincere. Quel tipo di recitazione mi ha incendiato dentro. Ho smesso di chiedermi se stavo “facendo bene” e ho iniziato a chiedermi: “Cosa vuole davvero il mio personaggio? E io, cosa voglio in questa scena?”
Era potenza pura. Ed era viva. Attraverso il movimento consapevole ho imparato che la verità non si impone: si lascia emergere.
E che la bellezza, sul palco o davanti alla macchina da presa, non nasce dallo sforzo. Ma dalla libertà.
Quindi… qual è il metodo giusto?
Tutti. Nessuno. Il tuo. Il mio metodo oggi è un insieme di strumenti che ho scelto, provato, scartato, riabbracciato. Lo costruisco ogni giorno, come una colonna sonora che cambia a seconda del film che sto vivendo.
Il mio consiglio? Esplora. Sbaglia. Brucia. Sentiti perso. Poi ascoltati. Scegli.
Non restare incollato a un’etichetta, a un unico approccio. Lasciati attraversare da tutti i metodi, ma non lasciare che nessuno ti tolga la tua unicità.
Perché la verità, quella vera, non ha un metodo. Ha il tuo volto. La tua voce. Il tuo corpo. La ricerca non finisce mai. E meno male. Se c’è una cosa che ho capito è che non si arriva mai. E questa è la parte più bella. Ogni scena, ogni personaggio, ogni crisi creativa… sono solo nuovi modi per conoscerti di più. E per diventare un essere umano più vero. E quindi un attore, un’attrice, più autentico.Se sei in viaggio anche tu: buon cammino.




